venerdì 29 giugno 2007

Veltroni e il partito democratico

Ho letto un po' di commenti sul discorso di Veltroni al Lingotto di Torino e sulla sua investitura a leader del nuovo partito democratico. In effetti c'è molto pragmatismo e poca teoria politica. Tanta attenzione ai problemi della gente e della società. Quello di cui ho sentito la mancanza è un appello al rinnovamento della coscienza morale. Non voglio fare moralismi bacchettoni, ma l'apoteosi degli ultimi giorni attorno a un personaggio cosi' squallido come Fabrizio Corona mi ha fatto rabbrividere. Vedere direttori di giornali contendersi un ricattatore truffatore senza scrupoli come un divo del cinema dà l'esatta dimensione di come è ridotta l'Italia oggi, è il termometro dei valori che la società ha saputo comunicare ai giovani. E una nuova formazione politica dovrebbe farsi anche interprete di un mono di valori e di un'etica, anche se la parola etica a fianco a politica sa un po' di ossimoro. Perché le ragazzine applaudono Corona e lo aspettano sotto casa? Quali valori trasmette la sua persona se non quello di "fare soldi per fare soldi per fare soldi" recuperando un famoso incipit di un articolo di Giorgio Bocca sulla ricca Vigevano di tanti anni fa? Una televisione ridotta a inseguire i tronisti e a comprarli a caro prezzo, gente che non ha ne' arte ne' parte sbattuta sullo schermo in quella fiera dell'idiozia che sono i reality show. E non mi venite a dire che la gente guarda la Tv per svagarsi e divertirsi. Cosa c'e' di divertente nel vedere uno che si lava i denti o che scopa sotto la doccia con una?
Ecco io mi aspetto una ventata di rinnovamento anche nei costumi e nei valori, la riproposizione di una società più attenta ai bisogni veri delle persone e non alle vanità televisive. C'è uno scollamento mostruoso tra quanto propinano il tubo catodico e la pubblicità e la vita reale di tutti i giorni, fatta di contratti a termine, gente che perde il posto di lavoro e non riesce a ricollocarsi piu'. Anche nei giovani la distanza dalla politica e' enorme, l'attenzione ai problemi sociali inesistente. Non voglio che mio figlio cresca nel nulla del tubo catodico, con il modello dei calciatori e veline come esempio da emulare. Aiutatiamoci a cambiare questa società.

venerdì 15 giugno 2007

Bloggo dunque sono?

Stavo pensando a questo blog. Sono arrivata tardi lo so, 70 milioni di persone ci hanno pensato prima di me. Ma non è che io non ci avessi pensato è che mi sembrava un esercizio autoreferenziale di egocentricità. E se guardo al panorama nazionale dei blog di autori italiani ne ho la conferma. Nel settore in cui bazzico, Internet e le nuove tecnologie, e' tutto un parlarsi addosso, un citarsi l'uno con l'altro per quella che una volta si chiamava "captatio benevolentia" . E di li' non esce, anche per i grandi nomi e firme del giornalismo che possono contare su un'autorevolezza reale che attrae visitatori al sito. Quanti commenti ci sono ai post in media ogni giorno: quando ne ho trovati tanti erano 5 o 6, e tutti degli amici di cui sopra. Insomma ti pingo così ti do' una ragion d'essere e tu ricambi il favore. Detto cosi' può sembrare brutale e semplicistico, ma è la realtà. O meglio la realtà, quella vera, è che il 52% degli italiani su Internet non ci va proprio e quindi non sa neanche cos'è un blog. Una goccia in un mare, parola perse nel nulla. Forse il nostro problema e' che ogni fenomeno trasferito dal resto del mondo all' Italia si ridimensiona. E noi dobbiamo fare i conti con un 35% degli italiani che guarda solo la televisione, altro che in Uk dove il numero di ore trascorse sul web ha superato quelle trascorse davanti alla Tv. L'Italiano è la quarta lingua più utilizzata al mondo nei blog. Anche questo lascia pensare. Vorrei che i blog fossero un po' meno narcisismo e un po' più un thread di discussione. Insomma i newsgroup su Internet hanno creato un valore aggiunto che oggi i blog per come sono strutturati non riescono a replicare. Forse nel caso dei corporate blog o di blog strumentali al lancio di un prodotto, dove il consumatore può decretare il successo o meno. Ma al momento non vedo sorgere una discussione costruttiva all'intenro di un blog.

venerdì 8 giugno 2007

Telecom Italia history

Ieri sera ho seguito Annozero di Santoro, dedicato al caso Telecom Italia. Hanno intervistato un ex (presumo) dirigente che senza tanti mezzi termini ha raccontato come l'azienda sia stata invasa e colonizzata da uomini Pirelli che sono ancora ben saldi ai loro posti di comando, nonostante il cambio della guardia. Poi e' partito il servizio sulla vendita degli immobili: la centrale di Rozzano, le sedi milanesi. Per chi come la sottoscritta segue per ragioni professionali i destini della ex SIP (Società Idroelettrica Piemontese) da più di quindici anni la sensazione di un patrimonio buttato al vento è stata ineluttabile. Telecom Italia ha avuto fortissime aree di eccellenza: nel 1994 la rete Interbusiness era una delle prime in Europa. Il progetto Socrate di cablaggio in fibra ottica ha preceduto di quasi dieci anni quello di Fastweb. Ma quest'eccellenza si è persa nel marasma della politica, delle partecipazioni statali che ieri sera Bruno Tabacci dell'UDC rivendicava come un fiore all'occhiello dell'era democristiana. Forse... ma io ricordo nel 1990 i giornalisti invitati in cima alla Centrale di Cernusco sul Naviglio ad ostriche e champagne per inaugurare i nuovi impianti digitali. Ricordo i famosi quadri d'autore acquistati da Pascale per la sala riunioni della Ex-Stet e costati allora (anni 80) miliardi di lire. Per poi scoprire qualche anno fa che erano clamorosamente dei falsi. Ecco un'azienda è fatta anche di persone e puoi avere le migliori tecnologie della terra ma se non esci dal circuito clientelare non vai da nessuna parte. Ieri sera Franco Debenedetti ricordava come meglio di Telecom Italia (in termini di capitalizzazione dell'azienda)abbia fatto solo Telefonica e che oggi i 45 miliardi di euro capitalizzati da Telecom Italia né Deutsche Telecom né France Telecom riescono a raggiungerli. Io quello che vedo oggi è un'azienda senza identità, dove anche riuscire a parlare con l'ufficio stampa è diventata un'impresa. Anche questo fa parte del patrimonio buttato al vento: e pensare che ieri, alla presentazione del rapporto Assinform, ricordavano come l'Italia nel 1969 fosse il terzo produttore di macchine per scrivere al mondo, grazie ad Olivetti. Ma qui comincia un'altra triste storia....

giovedì 7 giugno 2007

Primi in Europa per essere ultimi nell'informatica

E' uno dei nostri "strani primati": il 59% degli Italiani non ha alcuna competenza informatica. Un dato emerso dall'ultimo rapporto Assinform 2007 e che si allinea a quello diffuso qualche giorno fa da ACNielsen che parla di un 52% degli italiani che non utilizza Internet (www.osservatoriocontenutidigitali.it). Quando vado alle presentazioni delle varie analisi di mercato mi prende sempre un certo sconforto perché negli immancabili grafici a bolle che rappresentano le dimensioni di mercato di ciascun paese l'Italia compare sempre come un pallino più piccolo e ogni anno sempre più indietro degli altri. Io credo che le persone non se ne rendano conto: bisogna andare all'estero per capirlo, ma il divario è enorme. Dietro di noi per capirci, nell'incidenza della spesa informatica sul Pil, ci sono solo paesi come Bulgaria, Romania, Polonia, Lituani, Ungheria, che sono partiti da poco con gli investimenti in It. La nostra spesa per Ricerca e Sviluppo e IT non raggiunge neanche il 2% del PIL nazionale. La Spagna nell'ultimo anno è cresciuta di +6,8% nell'IT, il Regno Unito del 3,7%, la Germania del 2,8% e noi tra i paesi Ue più industrializzati siamo rimasti davvero gli ultimi: + 1,6% ed è andata ancora bene: l'anno prima il 2005 la crescita del mercato IT era stata dello 0,9%. Eppure dicono gli esperti i casi di eccellenza non mancano nel nostro paese, a partire dai distretti tecnologici che spaziano dalle biotecnologie e bioscienze alla meccanica e tecnologie IT, fino ai distretti industriali più tradizionali da dove però arrivano i casi delle imprese vincenti. Strano paese l'Italia dove l'83% delle persone possiede un cellulare ma il 59% non sa nulla di informatica e Internet. A volte penso che il mio lavoro di giornalista tecnologica non serva davvero a nessuno, una goccia in un mare.

martedì 5 giugno 2007

Dalle "terre virtuali" ai tribunali federali

Una disputa su una “terra virtuale” finisce alla corte federale. Punto Informatico riporta via Alfonso Fuggetta (www.alfonsofuggetta.org) un articolo di Ars Technica (http://arstechnica.com/news.ars/post/20060510-6794.html/che tratta il primo caso di disputa giudiziaria nata su Second Life e finita dentro un tribunale degli Stati Uniti. Alla base della controversia c’è una compra vendita di un terreno, effettuata a un prezzo notevolmente inferiore al valore di mercato, mediante il consueto meccanismo delle aste utilizzato da Second Life. L’utente in questione, Marc Grabb, avrebbe acquistato il terreno per rivenderlo e guadagnarci su, entrando nel sito dell’asta prima che questa venisse aperta al pubblico, (grazie al cambio di un ID number nella Url della pagina web), riuscendo quindi ad aggiudicarsi il terreno a un prezzo molto inferiore a quello a cui poi sarebbe stato valutato. Linden Labs, la società che ha creato Second Life, gli ha pertanto sequestrato il terreno e chiuso l’account per essersi aggiudicato l’asta in maniera fraudolenta. Ma il proprietario non ci sta e ha citato in giudizio la società per aver violato il suo diritto di proprietà su quanto regolarmente acquistato. Grabb si appella a quanto scritto nel contratto d’uso e da sempre sostenuto anche da Linden Labs: ovvero che la proprietà intellettuale di tutto ciò che viene creato su Second Life è dell’utente che ha diritto quindi a rivendere e scambiare con chi vuole: dai vestiti virtuali che si acquistano per gli avatar, ai palazzi e alle terre regolarmente pagate in Linden dollars. Il caso è finito in tribunale, dove Marc Gabb ha chiesto un risarcimento per 8.000 dollari. E a nulla è valso il tentativo della Linden Labs di appellarsi alla mancanza di giurisdizione territoriale: se è vero che nei termini del servizio la società indica la California come sede d’esercizio delle eventuali dispute, è anche vero sostiene il giudice, che Second Life è un business che opera in maniera trasversale su più stati per il carattere transazionale di Internet, e quindi le cause possono essere gestite anche al di fuori della California.
Indipendentemente da come finirà la causa, siamo di fronte al primo caso di una disputa nata nel mondo virtuale e finita nel più concreto dei mondi reali. E secondo alcuni il caso potrebbe fare giurisprudenza in futuro su come regolare la proprietà di beni virtuali regolarmente acquistati con soldi “reali” come avviene appunto all’interno di ambienti quali Second Life e World of Craft.
Che dire ancora di quanto non sia stato detto in questi mesi su Second Life? La commistione tra reale e virtuale è come una matassa che non si riesce a dipanare: ma è insita nel Dna stesso dei creatori di Second Life che hanno permesso che il cyber-game si sviluppasse con denaro reale, se pur convertito al cambio in Linden dollars. Il che da un lato ha decretato il successo di Second Life, diventata una fonte di business oltre che di svago, dall’altro ha riprodotto gli stessi meccanismi di speculazione e frode presenti nel mondo reale. Da leggere il bellissimo articolo di Business Week dedicato a Second Life (http://www.businessweek.com/magazine/content/06_18/b3982001.htm).

lunedì 4 giugno 2007

Ci vedremo tutti in una seconda vita?

Secondo Gartner Group (www.garterngroup.com) alla fine del 2011 l'80% della popolazione Internet attiva avrà una "seconda vita" anche se non necessariamente su Second Life. L'analisi di Gartner dei cosiddetti mondi virtuali e che è stata in parte anticipata nel corso del Gartner Symposium/ITxpo 2007, naturalmente ha come scopo quello di dare un giusto indirizzo agli investimenti delle prime 500 aziende della classifica di Fortune, attratte inevitabilmente dal gran clamore suscitato in questi mesi attorno a Second Life e dalle opportunità di business ad esso correlate. E qui gli analisti di Gartner sono abbastanza espliciti: è meglio limitare gli investimenti finché questi ambienti non si stabilizzano e maturano. Come dire, occorre gettarci un occhio ma non investire mari e monti. L'aspetto interessante dello studio è che per la prima volta viene dato una sorta di decalogo di comportamento da seguire per le imprese interessate a una presenza commerciale nei mondi virtuali. I punti salienti che secondo Gartner occorre avere ben chiari sono che i mondi virtuali non sono giochi ma neppure universi paralleli, che è come dire non prendeteli sotto gamba ma non pensate di poter far crescere il fatturato dell'azienda trovando in Second Life o nei suoi simili un nuovo canale di vendita. Mai dimenticare inoltre che dietro ogni avatar c'è una persona. E questo personalmente è l'assioma che condivido maggiormente.Ci sono regole non scritte di comportamento e aspettative di cultura che non vanno disattese anche nei mondi virtuali, il pericolo, dice Gartner, è perderci la faccia e la reputazione. Un altro consiglio è quello di costruire qualcosa di importante e di aggiungere valore (pochi sono coloro che finora sono riusciti a guadagnare più di 5000 dollari all'anno dai mondi virtuali) le aziende che vi si affacciano ora devono pensare che anche per i prossimi tre anni i profitti saranno scarsi. L'altro problema è quello di contenere i comportamenti scorretti e poco benevoli di certi avatar nei confronti di marchi che sbarcano nel mondo virtuale, limitando i danni che possono arrecare in termini di immagine, anche nella vita reale.
Mentre leggevo le cinque leggi di Gartner Group pensavo però a quell'80% dell'utenza Internet catturata nelle maglie di Second Life o dei suoi proseliti. Francamente mi avvilisce pensare a una prospettiva di vita virtuale dove sono stati riprodotti esattamente gli stessi meccanismi di consumo e speculazione della vita reale. Che io possa vestirmi Versace anche su Second Life o guidare una Toyota o una Clio mi pare quanto di meno creativo si possa immaginare. Anche perché, non per essere atomisti fino in fondo, ma cosa si compra su Second Life? Quando il grazioso cambio linden dollars e american dollars si riversa sulla mia carta di credito che cos'ho acquistato? Tipicamente una licenza al diritto d'uso di un pezzo di software e niente più, perché questo prevede il contratto della Linden Labs.
Questo blog s'intitola non a caso, Atomi e Bit, due universi parallei, ma se mai si arrivasse a far corrispondere ad ogni atomo un bit, per cortesia, fate almeno che non sia griffato anche quello..